
Prendete una valle alpina del trentino, versateci dell'acqua salata quanto basta, ma fate attenzione che il livello non superari i 1200-1300 m di altitudine, e otterrete i Marlborough Sounds. Nulla a che vedere con un'improbabile band della Philip Morris, bensi' un insieme di isole, baie ed insenature che caratterizzano la costa settentrionale della South Island. Una specie di terra dei fiordi per intenderci, ma chiamati sounds in quanto rispetto ai primi le valli sommerse hanno una differente origine orografica.
Ebbene, il buon vecchio Capitano Cook in crociera da 'ste parti, siamo alla fine del secondo volume di storia del triennio, omaggio' i soliti protagonisti di corte con la proverbiale creativita' britannica, ovvero chiamando il canale che lo porto' ad issare bandiera inglese in terra maori, Queen Charlotte Channel. Da allora han fatto e disfatto, e cio' che ne rimane e' un frequentato sentiero di 71 km che da Ship Cove arriva ad Anakiwa, camminando lungo la cresta delle montagne semi-inabissate. Il tutto si puo' usufruire con tre giorni di marcia sostenuta e due notti di riposo in magnifiche e solitarie proprieta' presso le rive di un mare cosi' quieto da sembrar lago.
Il primo tratto di 27 km e' abbastanza impegnativo, ma grazie al solito dio minore, l'ultima delle otto ore e' stata rinfrescata da una puntuale pioggia torrenziale in grado di rinverdire le terre arse. Ad offrirmi ricovero e ristoro nel cuore della selva, una splendida fanciulla del dopoguerra, ora dolcissima nonnina, che parlando un codice indecifrabile, ma pare si tratti di lingua inglese, per i soliti spiccioli mi mette a disposizione casa e cane, ovvero un simpaticissimo canide dalle dimensioni feline e dalla vivacita' cosi' esacerbata, da riuscire ben presto a farsi prendere a scarpate. E' a cena infatti, che esasperato dalle sue continue, giocose e appuntite offensive ai miei piedi sguarniti, lo invitero' a farla finita arrivando inutilmente ad un vero e proprio pestaggio. Tuttavia e' il suo tenero sguardo interrogativo a sopracciglia alzate e fauci spalancate sul mio alluce, a farmi sentire animale di fronte ad un cane piu' umano di me. Con sorprendente comprensione infatti, sapra' correttamente interpretare il mio sguardo severo, e mestamente far cosi' ritorno alla cuccia fra le ciabatte della nonna. Alla fine comunque, lasciando alla notte il ruolo di pacere, ci congederemo senza rancori e da buoni amici il giorno dopo.
Gli altri due giorni procedono senza contrattempi, a parte una deviazione di 24 km dal sentiero principale e qualche problema fisico gia' riscontrato; ma del resto, a garanzia scaduta, dopo quasi 35 anni e piu' di 100.000 km, difficile pretendere da una macchina ancora affidabilita' totale. Il ginocchio tuttavia ha retto, e questa e' una bella novita', anche se da fonti competenti, il problema sembra di natura strutturale, e quindi non risolvibile se non con interventi in patria.
Una cosa che a lungo mi ha distratto dal mettere un piede davanti all'altro, sono stati i cartelli che posti cinque km uno dall'altro, indicano quanto dista la fine del Queen Charlotte Track, e aiutano a dettare i ritmi e a scandire le pause. La cosa che mi ha colpito e' che, non essendo 71 divisibile per 5, sorge il problema di dove mettere quel km in piu'. Per non dover portarmi appresso numeri cosi' poco maneggevoli come 56 o 41 lungo tutto il percorso, se dovessi scegliere posizionerei il primo cartello dopo 6 km e non 5, in modo da avere poi 60, 55, 50 ecc...No, i Kiwi no. Han detto ogni 5 km? e allora 66, 61, 56 e cosi' via. Hanno rinunciato alla rassicurante familiarita' della tabellina del cinque per essere fedeli al rigore di un principio, costi quel che costi! No, mi spiace, su alcune cose non li capisco proprio. Loro ed io, siamo davvero agli antipodi.
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