Siamo in pochi quaggiu'. C'e' chi dice 409 col sottoscritto, piu' una traghettata di vacanzieri. Ad un ora via gelido mare dai talloni della Nuova Zelanda, i segugi piu' attenti scoprono altra terra emersa, per lo piu' adibita a parco nazionale, e per la restante baia, ad uso residenziale e commerciale degli isolani. A Stewart Island, c'e' un unico centro abitato, ed e' un villaggio di pescatori abili di lenza con i pesci e con i turisti, e che durante l'estate, apre i battenti al mondo dopo tre stagioni di aria viziata.
Oban, e' il posto dove i pensieri planano liberi sopra un cappuccino servito in un'accogliente baracca ad uso internet-cafe e collanine, perfetto asilo per i peregrini di un mondo verniciato fresco di grigio nebbia. Ma e' anche il luogo in cui poter pranzare con
fish'n'chips all'interno di una
roulotte adattata all'uopo, o assistere all'agonia di un anziano pomeriggio nelle acque del porto, seguendo con lo sguardo i giochi di una foca tra le barche dei pescatori. Tutto il resto, e' come Dio l'ha pensato. Nel raggio di qualche km, tutto sfuma nel selvaggio, e prosegue tale per quasi 100 km direzione sud. Oltre, le mappe tacciono fino al bianco perineo del mondo. Da quest'ultimo baluardo umano, chi lo desidera puo' quindi esplorare il resto del creato soltanto a piedi, spendendo diversi giorni lungo le coste e le foreste di
Rakiura, nome maori di Stewart Island e dal poetico significato di "cieli ardenti".
Nonostante le angosciose precauzioni ed avvertenze di cordiali e premurosi agenti del
Department of Conservation, decido di appagare il mio desiderio di curiosita' ed avventura saggiando il
Southern Circuit, un anello di una 60ina di km nel bel mezzo dell'isola, e dalla tempra tutt'altro che amabile. Trasferito d'urgenza per mezzo di un costoso
water taxi alle 7.30 del mattino, alle 8.00 in punto mi trovo gia' in corsia, pronto ad affrontare la prima tappa e la loquacita' incomprensibile di un vecchio sdentato, guardiano del rifugio all'apparenza, e il cui
English spoken mi suona oxfordiano quanto toscana e' la cadenza di un capomastro altoatesino. La principale minaccia di tutto il percorso, a parte le bizze del meteo e gli accenti autoctoni, e' il fango; noleggiate un paio di ghette, mi sento meglio equipaggiato per affrontare le melmose insidie del sentiero, ma gia' la prima mezz'ora si rivela generosa di poltiglia, lasciandomi interdetto e un po schifato per quella mezza spanna di
mud nella quale affondano i miei piedi. Il sentiero procede attraverso la foresta parallelamente alla linea costiera, ma diventa sempre piu' avaro di agevolazioni rispetto al fuori pista. Arrivano i primi rigagnoli, e i primi guadi. Nessun ponticello d'aiuto, al massimo qualche robusto ramo caduto per caso fra le sponde del torrente, oppure qualche masso troppo grosso per farsi completamente sottomettere dall'acqua. La foresta continua ad infittirsi, e mi perdo per circa 20 minuti a causa di un paio di alberi caduti lungo strada che seppelliscono tutti i riferimenti. Nei tratti piu' lontani dal mare, e' infatti praticamente impossibile orientarsi, e i segnali posti ad altezza uomo sono sempre piu' scarsi, per cui devo far molta attenzione a non seguire tracce sbagliate. I guadi sono sempre piu' frequenti, e i rivoli sempre piu' torrenti. Provo il brivido di attraversarne uno camminando in equilibrio lungo il tronco sbucciato di un
albero disteso fra le rive, ma devo confessare che non credo potrei ripetermi con successo numerose altre volte, considerate le scarpe infangate, il legno bagnato e in parte coperto di muschio, uno zaino come sempre ingombrante, e un salto di oltre un metro sull'acqua non di molto piu' bassa. Poco oltre faccio un fugace ed inatteso incontro con un raro
kiwi lungo il sentiero (l'animale intendo), e lo considero un piccolo portafortuna. Procedo, ma il fango si fa sempre piu' frequente, e sempre piu' profondo. Attraverso un altro corso d'acqua togliendomi scarpe e calze e portando sulla riva opposta tutto il bagaglio in un paio di tornate. Ormai sono passate le cinque ore previste, ma non c'e' ancora traccia del
Rakeahua Hut. Poco prima della fine della prima tappa, un acquitrino mi costringe a vincere la repulsione di camminare nell'acqua melmosa fino al ginocchio, vanificando tutti i miei precedenti sforzi di conservare piedi e scarpe asciutti. Arrivo con due ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, non avendo immaginato quanto pesante fosse guadagnarsi una pista lungo un tragitto cosi' selvaggio. Mi ritengo fortunato, la prima giornata e' stata calda e magnifica. Lavo tutto e lo metto all'ultimo sole ad asciugare, ma la notte sara' cosi gelida da costringermi a diverse ore in bianco. L'odore del fango non si leva dalle scarpe, dai vestiti e dalle mie narici.
Il giorno successivo parto di buon'ora per la seconda tappa, la piu' lunga, otto ore almeno; ma a meta' circa del mio tragitto, l'imprevisto: il sentiero svanisce sotto i miei piedi. Lo cerco tornando sui miei passi piu' volte, ma nulla da fare, non si trova. Mollo lo zaino e inizio la perlustrazione del territorio senza carico. Trovo un piccolo affluente che corre perpendicolare al torrente principale, lungo il quale il sentiero e' fino ad allora proceduto. E' la mia salvezza, localizzo infatti il punto di guado e da li' ritrovo la mia strada. Ma la serenita' d'animo dura poco, perche' da quel momento in poi inizia una lunga e faticosa salita, che mi suggerisce un dubbio atroce: e' la via giusta? Ricordo infatti sulla mappa al
Rakeahua Hut, una diramazione dal sentiero principale per un punto panoramico molto piu' a sud, escursione di sicuro interesse, ma dalle conseguenze drammatiche: realizzo infatti che se mi trovassi su quella via, probabilmente non riuscirei piu' ad arrivare al
Doughboy Bay Hut con la luce del sole, e sento di essere gia' ben oltre la mezza dose di energia quotidiana. Non ho piu' certezza quindi della mia posizione, e non posso confidare di incontrare qualcuno lungo strada (incrocero' infatti sul sentiero soltanto una coppia e un cacciatore in quattro giorni). Le impronte fresche sul fango, e le orme in direzione opposta alla mia sono indizi confortanti, il mio percorso infatti si sovrappone in parte al piu' frequentato
Northern Circuit che procede in verso opposto, ma la certezza arrivera' soltanto nel pomeriggio avanzato, quando con un enorme sospiro di sollievo, dal punto piu' alto del percorso potro' guardare la vicina e sottostante
Doughboy Bay sulla costa occidentale, dove passero' la mia seconda notte disturbato soltanto dal rumore angosciante di qualche trappola per gli
opossum posizionate nei pressi del rifugio.
La terza giornata inizia secondo previsioni, ovvero sotto l'acqua. Ma la prima parte, due ore di estenuante, ripidissima salita nel fango, procede sotto la foresta, quindi relativamente al riparo dalla pioggia. Purtroppo pero', a causa dei rami e degli arbusti in mezzo ai quali spesso cammino per evitare le pozzanghere melmose piu' profonde, perdo il telo impermeabile dello zaino, ma nonostante le preoccupanti possibili conseguenze, decido di non tentare il recupero. Per fortuna il tempo si rasserena e cinque ore dopo raggiungo in perfetto orario la
Mason Bay, una lunghissima e splendida baia, in mezzo alla quale si trova il mio terzo traguardo, un rifugio molto piu' affollato dei precedenti, in quanto ubicato su un territorio particolarmente favorevole all'avvistamento dei
kiwi di
Stewart Island. La mattina successiva infatti, poco prima dell'alba e lungo il sentiero principale, un
kiwi si fermera' a scavare il terreno alla ricerca di cibo ad un metro da me, ignorando completamente la mia presenza.
E' arrivato il quarto giorno, l'ultimo. Devo tornare al
Fred's Camp Hut entro le ore 18.00, perche' per quell'ora ho prenotato giorni prima il
water taxi per il mio rientro ad Oban. Ma la giornata e' lunga, sono previste infatti nove ore di cammino stando alle tempistiche ufficiali, e le previsioni meteo non fanno troppo riferimento al sole. Sento la stanchezza dei giorni precedenti, ma nonostante questo decido di tenere un ritmo sostenuto nella prima parte del percorso fino al
Freshwater Landing Hut, a circa tre ore e mezzo dal
Mason Bay Hut. Ad un tratto, l'incontro faunistico piu' bello: attratto da un rumore nel sottobosco, mi fermo, e noto di essere osservato con attenzione da un giovane
White Tail Deer. Rimango immobile a guardarlo negli occhi, e lui spinto da una curiosita' non inferiore alla mia, piano piano si avvicina facendo emergere il muso dalla boscaglia. I suoi occhi neri sono dolcissimi, e rimaniamo immobili ad annusarci e ad ascoltare reciprocamente i nostri respiri, facendo quasi sfiorare i nostri nasi. Credo di avergli sparato mezza pallottola col mio comportamento amichevole, prima che voltandosi un'ultima volta, scomparisse definitivamente nel bosco, perche' l'ho illuso sulla natura degli esseri umani. Nonostante sia parco nazionale, incomprensibilmente questo territorio e' aperto alla caccia dei deer. Spero non sia mai un proiettile l'origine della sua ultima scoperta, di quanto cioe' possa essere pericolosa l'ignoranza dell'essere piu' intelligente fra tutti. Arrivo a conclusione della prima tappa alle 10.30, in perfetto ordine coi miei progetti, e li' incontro un signore gia' conosciuto la prima notte al
Rakeahua Hut, che mi informa, con un gesto della mano a meta' coscia, del livello del fango nella parte del circuito che mi sto preparando a superare. Non faccio molte domande a proposito, perche' confido nell'aver male interpretato, e dopo 15 minuti di riposo mi rimetto in marcia. Purtroppo, non ho capito male. Rimango letteralmente terrorizzato quando, trovandomi di fronte al primo dei numerosissimi acquitrini, il mio piede affonda nella melma fino a farmi perdere l'equilibrio e facendomi sprofondare nell'acqua putrida fino all'ombelico!!! Rimango scioccato ed incredulo. E pensare che il primo giorno mi ero tolto gli scarponi per guadare un torrente, ed ora, con le scarpe ai piedi, sono nella merda fin sopra la vita. Non so per quale ragione, forse per il non aver piu' nulla da perdere, ma da quel momento in poi mi sento quasi rinvigorito, e continuo sul mio sentiero con una rinnovata energia. Mi rendo conto che sto spingendo, il mio passo e' deciso, sicuro e rapido anche nel fango, anche nell'acqua, anche in salita, anche quando devo strisciare sotto un tronco caduto lungo il sentiero. Dopo due ore di marcia dal
Freshwater Hut mi riposo solo dieci minuti in piedi per togliermi lo zaino che mi sta scarnificando le spalle , ma sono troppo impaziente di continuare, non riesco a stare fermo. La foresta e' meravigliosa, la sensazione sublime. Sono nel silenzio piu' assoluto, di tanto in tanto rotto soltanto dal canto di qualche uccello e dal metronomico tamburellio della pioggia, ma soprattutto, sono in mezzo al nulla, lontano decine e decine di km dai segni dell'uomo, circondato da una natura per nulla addomesticata. Dopo solo sette ore e mezza e quasi 30 km di selva, arrivo finalmente al
Fred's Camp Hut, dove per ironia della sorte, un nutrito gruppo di cacciatori mi offre un tea caldo rimanendo interdetto sui miei tempi di marcia di quest'ultima giornata.
Ora mi trovo a
Te Anau, una piccola localita' turistica nella regione del
Fiordland, nell'isola meridionale. Grazie al cielo sono riuscito a far resuscitare le mie scarpe da una morte quasi certa, e cosi' torneranno ancora utili nella prossima avventura che da qui a qualche giorno, mi apprestero' a fare lungo quello che viene considerato il piu' affascinante itinerario della Nuova Zelanda e, come molti sostengono, tra i percorsi escursionistici piu' belli e famosi al mondo: il
Milford Track.