26/12/10

Cose turche


Presa al volo dopo un lungo gioco di seduzione in auto, sul Brennero prima, sull'A4 poi. In ritardo come il coraggio del primo bacio ad occasione persa, pigri sulla corsia lenta come svogliati muli da guerra. Una calma da scatenare l'ansia di non farcela, a poche ore dal lutto interiore di una sconfortante presa di coscienza. La voglia di spogliarmi del logoro presente rimbomba alle pareti del pensiero e dello stomaco, innescando violente istanze di sdraiare le domande accumulate in un'esistenza con i prossimi giorni a venire. Al parcheggio improvvisato dell'aeroporto pago 85 euro di fretta tale da dimenticare il bancomat in pieno coito a fecondare la PINpad di turno. Me lo ridanno come si consegna un mascalzone, impressionando il ricordo con un gesto mosso, in piena corsa per prendere quell' anoressica speranza di partire sul serio. Arriviamo  al limite, appena in tempo per alzare lo sguardo di congedo all'attraente divisa del chek-in e scoprirla già fuggita ad ufficio chiuso. Con biglietto in mano i nodi si allentano, una sensazione nelle viscere di emolliente eiaculazione mi proietta verso i cancelli asiatici di Antalia e il mondo scalzo del Mediterraneo.
Con l'anima bagnata dalla pioggia di Ottobre ed avvolto in coperte di malinconia, premo  a caso i tasti dell'alfabeto nel tentativo di mescere i ricordi di una incursione estiva nel mondo delle terre comunicanti, dei veli islamici e degli amori carnali. Come la trama interrotta di un reperto  che affiora a brandelli, riascolto il rumore d'asfalto bagnato dal catrame sciolto al sole sulle strade della Cappadocia, i richiami del muezzin alle tre del mattino dal minareto a vedetta sul lago di Egirdir, le grida di lotta dei gatti randagi nelle piazze di Safranbolu. Rivedo le fotografie mai fatte di schiene piegate sulle immense coltivazioni dell'Anatolia centrale, i crepuscoli sopra il castello roccioso di Uchisar, lo spazio dilatato delle Moschee di Istanbul;  ma anche i tubi scoperti in camera e una prolunga per la doccia da avvitare al lavandino con acqua calda a pagamento, i covoni dei rifiuti in spiaggia ai piedi di un sarcofago licio, la caduta rovinosa del solito pirla tra i fuochi perenni  sul monte della Chimera.
Ho Sfregiato la mappa turca con una cicatrice verticale di 2600 km al fianco di uno stoico pilota invidiato zero, sempre sotto un cielo terso come i pensieri dell'infanzia; da un mare all'altro, sopra strisce di pietre e catrame fino alla capitale dei crocevia culturali, delle antiche chiese cristiane e degli hammam. Mi sono perso nei meandri ingorgati di Istanbul, alla ricerca disperata dell'ufficio al quale rigettare la fedele auto noleggiata senza l'ausilio di un indirizzo; mi sono ritrovato al di là del Bosforo, sull'attico di un ostello di Sultanahmet, a bagnarmi il muso con la luce crepuscolare del Mar di Marmara e a farmelo asciugare con gesti paterni dagli orchi del bagno turco. Ma nell'immensa Istanbul, in piedi a gambe aperte su due continenti e faro di un paese che guarda all'occidente senza rinnegare il passato, riscontro un raro esempio di mediazione concreta tra due civiltà altrove in conflitto, e nutro ammirazione per quel moderno compromesso fra le diverse esigenze della natura umana.
A distanza di mesi, questo viaggio ha trovato impensabilmente postuma conclusione in terra natia, quando la figura di un musulmano intento a pregare al riparo di un distributore, ha suscitato le risa di scherno da parte della valligiana ignoranza di colleghi ora non più tali. In quell’ occasione, ho provato emozione ed invidia per quell’uomo, perche a differenza mia e di gran parte del mio mondo, a lui è rimasto qualcuno a cui domandare di questa vita sempre più insipida ed incomprensibile.

25/04/09

Sipario

Nel mare del ritorno, le immagini registrate dalle terre abbandonate vengono rastrellate al centro per un malinconico congedo, e colpi di cannone sparati a salve vengono salutati in onore di un luogo, che con merito, ha saputo per un periodo riempire di sostanza un'esistenza a rischio embolia.
Dopo piu' di quattro mesi di spostamenti, sono di nuovo ad Auckland, di nuovo nell'unica citta' della Nuova Zelanda che possa vantare davvero questa qualifica. Rintanato a buon prezzo in una confezione di calcestruzzo a quattro sarcofaghi e un ventilatore, con finestre panoramiche sugli ingorghi del quartiere d'elite, la mia squallida cuccia e' scontatamente affollata da un'orda asiatica che satura l'aria della cucina interrata con odori di pesce, in ogni modo sfinito sopra i fornelli a gas. Tutt'altra roba dai materni nidi di provincia, quelli con pochi letti, con comodi divani sfondati a circondare un caminetto pronto alla resa, e un ambiente caldo, accogliente, scalzo. Qui invece sono stipato come in una batteria d'allevamento, e le mosse notturne del dormiente al materasso di sopra, volta celeste per quello di sotto, provoca sismi tali al telaio del letto a castello da interrompere qualsiasi faticoso sonno strappato alle mitraglie sonore dei semafori pedonali. Le sirene dei firemen urlano a tutto decibel anche di notte sotto le finestre lasciate aperte durante un autunno caldo e maturo, e di giorno, i ringhiosi motori alla catena dei pali semaforici a malapena coprono le grida dei simulatori di suicidio che dall'alto della Sky Tower, sovraccaricano il proprio sistema di autodifesa-e-controllo con un salto nel vuoto di 300 metri. Un tuffo nella moderna civilta' insomma, nel bel mezzo della quale a ricordare i latini natali ci pensa un piccolo ristorante italiano, a soli pochi passi dal mio giaciglio e con un soffitto a travi incrociate ornate di finti pampini, musiche dei portabandiera Pausini & Boccelli, e ovviamente tavoli solo per due, tutto come ordina il romantico stereotipo del Belpaese, nato sotto il segno della cartolina.
E cosi' mi preparo al ritorno, ma continuando a cambiare, muovere, spostare i termini dell' insolubile equazione esistenziale. Il viaggio non sembra affatto finito, ma semplicemente proiettato verso nuove destinazioni, note, noiose, pericolosamente implosive; tuttavia, molte piccole tonalita' sono state aggiunte alla tavolozza, ed ora l'opera puo' procedere con l'ausilio di nuove preziose sfumature che andranno a migliorare alcune stesure da rivedere. La letteratura ci ha imposto l'idea romantica del viaggio come esperienza assoluta, in grado di stravolgere totalmente la nostra esistenza. Non si puo' negarle questa potenza rivoluzionaria, ma nel mio caso, gli ordini "carbonari" mi sono stati recapitati silenziosamente sotto forma di messaggi in codice. Nessuna chiamata alle armi ancora, ma il futuro non fa piu' paura come prima. Perche' nella terrificante prova di liberta' alla quale si sottopone l'essere umano durante l'esperienza del viaggio, egli scopre si' il senso di vertigine, ma anche il coraggio di procedere lungo quella fune sul vuoto che conduce alle meraviglie della propria natura finalmente rivelata.

Thanks a lot New Zealand...see you!

05/04/09

Welcome

Un caloroso benvenuto a tutti i vagabondi del web, che mettendo a dura prova le articolazioni dell'indice destro (ma io uso il medio sinistro), sono giunti fin qui dal rinomatissimo sito di fotografia naturalistica di Juza, il quale ringrazio infinitamente per la sua disponibilita' a pubblicare il mio articolo sul Tongariro National Park, presentato qui nella versione originale a gennaio 2009.

13/03/09

Nella piu' piccola delle tre


Siamo in pochi quaggiu'. C'e' chi dice 409 col sottoscritto, piu' una traghettata di vacanzieri. Ad un ora via gelido mare dai talloni della Nuova Zelanda, i segugi piu' attenti scoprono altra terra emersa, per lo piu' adibita a parco nazionale, e per la restante baia, ad uso residenziale e commerciale degli isolani. A Stewart Island, c'e' un unico centro abitato, ed e' un villaggio di pescatori abili di lenza con i pesci e con i turisti, e che durante l'estate, apre i battenti al mondo dopo tre stagioni di aria viziata. Oban, e' il posto dove i pensieri planano liberi sopra un cappuccino servito in un'accogliente baracca ad uso internet-cafe e collanine, perfetto asilo per i peregrini di un mondo verniciato fresco di grigio nebbia. Ma e' anche il luogo in cui poter pranzare con fish'n'chips all'interno di una roulotte adattata all'uopo, o assistere all'agonia di un anziano pomeriggio nelle acque del porto, seguendo con lo sguardo i giochi di una foca tra le barche dei pescatori. Tutto il resto, e' come Dio l'ha pensato. Nel raggio di qualche km, tutto sfuma nel selvaggio, e prosegue tale per quasi 100 km direzione sud. Oltre, le mappe tacciono fino al bianco perineo del mondo. Da quest'ultimo baluardo umano, chi lo desidera puo' quindi esplorare il resto del creato soltanto a piedi, spendendo diversi giorni lungo le coste e le foreste di Rakiura, nome maori di Stewart Island e dal poetico significato di "cieli ardenti".
Nonostante le angosciose precauzioni ed avvertenze di cordiali e premurosi agenti del Department of Conservation, decido di appagare il mio desiderio di curiosita' ed avventura saggiando il Southern Circuit, un anello di una 60ina di km nel bel mezzo dell'isola, e dalla tempra tutt'altro che amabile. Trasferito d'urgenza per mezzo di un costoso water taxi alle 7.30 del mattino, alle 8.00 in punto mi trovo gia' in corsia, pronto ad affrontare la prima tappa e la loquacita' incomprensibile di un vecchio sdentato, guardiano del rifugio all'apparenza, e il cui English spoken mi suona oxfordiano quanto toscana e' la cadenza di un capomastro altoatesino. La principale minaccia di tutto il percorso, a parte le bizze del meteo e gli accenti autoctoni, e' il fango; noleggiate un paio di ghette, mi sento meglio equipaggiato per affrontare le melmose insidie del sentiero, ma gia' la prima mezz'ora si rivela generosa di poltiglia, lasciandomi interdetto e un po schifato per quella mezza spanna di mud nella quale affondano i miei piedi. Il sentiero procede attraverso la foresta parallelamente alla linea costiera, ma diventa sempre piu' avaro di agevolazioni rispetto al fuori pista. Arrivano i primi rigagnoli, e i primi guadi. Nessun ponticello d'aiuto, al massimo qualche robusto ramo caduto per caso fra le sponde del torrente, oppure qualche masso troppo grosso per farsi completamente sottomettere dall'acqua. La foresta continua ad infittirsi, e mi perdo per circa 20 minuti a causa di un paio di alberi caduti lungo strada che seppelliscono tutti i riferimenti. Nei tratti piu' lontani dal mare, e' infatti praticamente impossibile orientarsi, e i segnali posti ad altezza uomo sono sempre piu' scarsi, per cui devo far molta attenzione a non seguire tracce sbagliate. I guadi sono sempre piu' frequenti, e i rivoli sempre piu' torrenti. Provo il brivido di attraversarne uno camminando in equilibrio lungo il tronco sbucciato di un albero disteso fra le rive, ma devo confessare che non credo potrei ripetermi con successo numerose altre volte, considerate le scarpe infangate, il legno bagnato e in parte coperto di muschio, uno zaino come sempre ingombrante, e un salto di oltre un metro sull'acqua non di molto piu' bassa. Poco oltre faccio un fugace ed inatteso incontro con un raro kiwi lungo il sentiero (l'animale intendo), e lo considero un piccolo portafortuna. Procedo, ma il fango si fa sempre piu' frequente, e sempre piu' profondo. Attraverso un altro corso d'acqua togliendomi scarpe e calze e portando sulla riva opposta tutto il bagaglio in un paio di tornate. Ormai sono passate le cinque ore previste, ma non c'e' ancora traccia del Rakeahua Hut. Poco prima della fine della prima tappa, un acquitrino mi costringe a vincere la repulsione di camminare nell'acqua melmosa fino al ginocchio, vanificando tutti i miei precedenti sforzi di conservare piedi e scarpe asciutti. Arrivo con due ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, non avendo immaginato quanto pesante fosse guadagnarsi una pista lungo un tragitto cosi' selvaggio. Mi ritengo fortunato, la prima giornata e' stata calda e magnifica. Lavo tutto e lo metto all'ultimo sole ad asciugare, ma la notte sara' cosi gelida da costringermi a diverse ore in bianco. L'odore del fango non si leva dalle scarpe, dai vestiti e dalle mie narici.
Il giorno successivo parto di buon'ora per la seconda tappa, la piu' lunga, otto ore almeno; ma a meta' circa del mio tragitto, l'imprevisto: il sentiero svanisce sotto i miei piedi. Lo cerco tornando sui miei passi piu' volte, ma nulla da fare, non si trova. Mollo lo zaino e inizio la perlustrazione del territorio senza carico. Trovo un piccolo affluente che corre perpendicolare al torrente principale, lungo il quale il sentiero e' fino ad allora proceduto. E' la mia salvezza, localizzo infatti il punto di guado e da li' ritrovo la mia strada. Ma la serenita' d'animo dura poco, perche' da quel momento in poi inizia una lunga e faticosa salita, che mi suggerisce un dubbio atroce: e' la via giusta? Ricordo infatti sulla mappa al Rakeahua Hut, una diramazione dal sentiero principale per un punto panoramico molto piu' a sud, escursione di sicuro interesse, ma dalle conseguenze drammatiche: realizzo infatti che se mi trovassi su quella via, probabilmente non riuscirei piu' ad arrivare al Doughboy Bay Hut con la luce del sole, e sento di essere gia' ben oltre la mezza dose di energia quotidiana. Non ho piu' certezza quindi della mia posizione, e non posso confidare di incontrare qualcuno lungo strada (incrocero' infatti sul sentiero soltanto una coppia e un cacciatore in quattro giorni). Le impronte fresche sul fango, e le orme in direzione opposta alla mia sono indizi confortanti, il mio percorso infatti si sovrappone in parte al piu' frequentato Northern Circuit che procede in verso opposto, ma la certezza arrivera' soltanto nel pomeriggio avanzato, quando con un enorme sospiro di sollievo, dal punto piu' alto del percorso potro' guardare la vicina e sottostante Doughboy Bay sulla costa occidentale, dove passero' la mia seconda notte disturbato soltanto dal rumore angosciante di qualche trappola per gli opossum posizionate nei pressi del rifugio.
La terza giornata inizia secondo previsioni, ovvero sotto l'acqua. Ma la prima parte, due ore di estenuante, ripidissima salita nel fango, procede sotto la foresta, quindi relativamente al riparo dalla pioggia. Purtroppo pero', a causa dei rami e degli arbusti in mezzo ai quali spesso cammino per evitare le pozzanghere melmose piu' profonde, perdo il telo impermeabile dello zaino, ma nonostante le preoccupanti possibili conseguenze, decido di non tentare il recupero. Per fortuna il tempo si rasserena e cinque ore dopo raggiungo in perfetto orario la Mason Bay, una lunghissima e splendida baia, in mezzo alla quale si trova il mio terzo traguardo, un rifugio molto piu' affollato dei precedenti, in quanto ubicato su un territorio particolarmente favorevole all'avvistamento dei kiwi di Stewart Island. La mattina successiva infatti, poco prima dell'alba e lungo il sentiero principale, un kiwi si fermera' a scavare il terreno alla ricerca di cibo ad un metro da me, ignorando completamente la mia presenza.
E' arrivato il quarto giorno, l'ultimo. Devo tornare al Fred's Camp Hut entro le ore 18.00, perche' per quell'ora ho prenotato giorni prima il water taxi per il mio rientro ad Oban. Ma la giornata e' lunga, sono previste infatti nove ore di cammino stando alle tempistiche ufficiali, e le previsioni meteo non fanno troppo riferimento al sole. Sento la stanchezza dei giorni precedenti, ma nonostante questo decido di tenere un ritmo sostenuto nella prima parte del percorso fino al Freshwater Landing Hut, a circa tre ore e mezzo dal Mason Bay Hut. Ad un tratto, l'incontro faunistico piu' bello: attratto da un rumore nel sottobosco, mi fermo, e noto di essere osservato con attenzione da un giovane White Tail Deer. Rimango immobile a guardarlo negli occhi, e lui spinto da una curiosita' non inferiore alla mia, piano piano si avvicina facendo emergere il muso dalla boscaglia. I suoi occhi neri sono dolcissimi, e rimaniamo immobili ad annusarci e ad ascoltare reciprocamente i nostri respiri, facendo quasi sfiorare i nostri nasi. Credo di avergli sparato mezza pallottola col mio comportamento amichevole, prima che voltandosi un'ultima volta, scomparisse definitivamente nel bosco, perche' l'ho illuso sulla natura degli esseri umani. Nonostante sia parco nazionale, incomprensibilmente questo territorio e' aperto alla caccia dei deer. Spero non sia mai un proiettile l'origine della sua ultima scoperta, di quanto cioe' possa essere pericolosa l'ignoranza dell'essere piu' intelligente fra tutti. Arrivo a conclusione della prima tappa alle 10.30, in perfetto ordine coi miei progetti, e li' incontro un signore gia' conosciuto la prima notte al Rakeahua Hut, che mi informa, con un gesto della mano a meta' coscia, del livello del fango nella parte del circuito che mi sto preparando a superare. Non faccio molte domande a proposito, perche' confido nell'aver male interpretato, e dopo 15 minuti di riposo mi rimetto in marcia. Purtroppo, non ho capito male. Rimango letteralmente terrorizzato quando, trovandomi di fronte al primo dei numerosissimi acquitrini, il mio piede affonda nella melma fino a farmi perdere l'equilibrio e facendomi sprofondare nell'acqua putrida fino all'ombelico!!! Rimango scioccato ed incredulo. E pensare che il primo giorno mi ero tolto gli scarponi per guadare un torrente, ed ora, con le scarpe ai piedi, sono nella merda fin sopra la vita. Non so per quale ragione, forse per il non aver piu' nulla da perdere, ma da quel momento in poi mi sento quasi rinvigorito, e continuo sul mio sentiero con una rinnovata energia. Mi rendo conto che sto spingendo, il mio passo e' deciso, sicuro e rapido anche nel fango, anche nell'acqua, anche in salita, anche quando devo strisciare sotto un tronco caduto lungo il sentiero. Dopo due ore di marcia dal Freshwater Hut mi riposo solo dieci minuti in piedi per togliermi lo zaino che mi sta scarnificando le spalle , ma sono troppo impaziente di continuare, non riesco a stare fermo. La foresta e' meravigliosa, la sensazione sublime. Sono nel silenzio piu' assoluto, di tanto in tanto rotto soltanto dal canto di qualche uccello e dal metronomico tamburellio della pioggia, ma soprattutto, sono in mezzo al nulla, lontano decine e decine di km dai segni dell'uomo, circondato da una natura per nulla addomesticata. Dopo solo sette ore e mezza e quasi 30 km di selva, arrivo finalmente al Fred's Camp Hut, dove per ironia della sorte, un nutrito gruppo di cacciatori mi offre un tea caldo rimanendo interdetto sui miei tempi di marcia di quest'ultima giornata.
Ora mi trovo a Te Anau, una piccola localita' turistica nella regione del Fiordland, nell'isola meridionale. Grazie al cielo sono riuscito a far resuscitare le mie scarpe da una morte quasi certa, e cosi' torneranno ancora utili nella prossima avventura che da qui a qualche giorno, mi apprestero' a fare lungo quello che viene considerato il piu' affascinante itinerario della Nuova Zelanda e, come molti sostengono, tra i percorsi escursionistici piu' belli e famosi al mondo: il Milford Track.

26/02/09

Tutto in una spiaggia


Sea Lions e Yellow Eye Penguin nella penisola di Otago

18/02/09

senza titolo


Internato nel silenzio, un fiume di rabbia in piena si agita nel letto del mio ventre, alzando schizzi fino agli occhi, e la mente ubriaca torna sempre sugli stessi passi lungo il bordo della propria cella. Il bastimento infetto naviga di fretta e senza rotta per il delirio del comandante, gravido di un logorante dolore inabortibile.
Da baleniere a preda arpionata, e col solo desiderio di far perdere le tracce a me stesso, mi trovo quasi al capo meridionale della Nuova Zelanda, dal quale si odono le grida della lotta per l'estrema sopravvivenza antartica, e gli strazi tumulati nei cuori gelati delle creature abbandonate.

06/02/09

Crisi


E' nausea esistenziale, crampo creativo, e non riesco a vomitare.

22/01/09

Marlborough Sounds



Prendete una valle alpina del trentino, versateci dell'acqua salata quanto basta, ma fate attenzione che il livello non superari i 1200-1300 m di altitudine, e otterrete i Marlborough Sounds. Nulla a che vedere con un'improbabile band della Philip Morris, bensi' un insieme di isole, baie ed insenature che caratterizzano la costa settentrionale della South Island. Una specie di terra dei fiordi per intenderci, ma chiamati sounds in quanto rispetto ai primi le valli sommerse hanno una differente origine orografica.
Ebbene, il buon vecchio Capitano Cook in crociera da 'ste parti, siamo alla fine del secondo volume di storia del triennio, omaggio' i soliti protagonisti di corte con la proverbiale creativita' britannica, ovvero chiamando il canale che lo porto' ad issare bandiera inglese in terra maori, Queen Charlotte Channel. Da allora han fatto e disfatto, e cio' che ne rimane e' un frequentato sentiero di 71 km che da Ship Cove arriva ad Anakiwa, camminando lungo la cresta delle montagne semi-inabissate. Il tutto si puo' usufruire con tre giorni di marcia sostenuta e due notti di riposo in magnifiche e solitarie proprieta' presso le rive di un mare cosi' quieto da sembrar lago.
Il primo tratto di 27 km e' abbastanza impegnativo, ma grazie al solito dio minore, l'ultima delle otto ore e' stata rinfrescata da una puntuale pioggia torrenziale in grado di rinverdire le terre arse. Ad offrirmi ricovero e ristoro nel cuore della selva, una splendida fanciulla del dopoguerra, ora dolcissima nonnina, che parlando un codice indecifrabile, ma pare si tratti di lingua inglese, per i soliti spiccioli mi mette a disposizione casa e cane, ovvero un simpaticissimo canide dalle dimensioni feline e dalla vivacita' cosi' esacerbata, da riuscire ben presto a farsi prendere a scarpate. E' a cena infatti, che esasperato dalle sue continue, giocose e appuntite offensive ai miei piedi sguarniti, lo invitero' a farla finita arrivando inutilmente ad un vero e proprio pestaggio. Tuttavia e' il suo tenero sguardo interrogativo a sopracciglia alzate e fauci spalancate sul mio alluce, a farmi sentire animale di fronte ad un cane piu' umano di me. Con sorprendente comprensione infatti, sapra' correttamente interpretare il mio sguardo severo, e mestamente far cosi' ritorno alla cuccia fra le ciabatte della nonna. Alla fine comunque, lasciando alla notte il ruolo di pacere, ci congederemo senza rancori e da buoni amici il giorno dopo.
Gli altri due giorni procedono senza contrattempi, a parte una deviazione di 24 km dal sentiero principale e qualche problema fisico gia' riscontrato; ma del resto, a garanzia scaduta, dopo quasi 35 anni e piu' di 100.000 km, difficile pretendere da una macchina ancora affidabilita' totale. Il ginocchio tuttavia ha retto, e questa e' una bella novita', anche se da fonti competenti, il problema sembra di natura strutturale, e quindi non risolvibile se non con interventi in patria.
Una cosa che a lungo mi ha distratto dal mettere un piede davanti all'altro, sono stati i cartelli che posti cinque km uno dall'altro, indicano quanto dista la fine del Queen Charlotte Track, e aiutano a dettare i ritmi e a scandire le pause. La cosa che mi ha colpito e' che, non essendo 71 divisibile per 5, sorge il problema di dove mettere quel km in piu'. Per non dover portarmi appresso numeri cosi' poco maneggevoli come 56 o 41 lungo tutto il percorso, se dovessi scegliere posizionerei il primo cartello dopo 6 km e non 5, in modo da avere poi 60, 55, 50 ecc...No, i Kiwi no. Han detto ogni 5 km? e allora 66, 61, 56 e cosi' via. Hanno rinunciato alla rassicurante familiarita' della tabellina del cinque per essere fedeli al rigore di un principio, costi quel che costi! No, mi spiace, su alcune cose non li capisco proprio. Loro ed io, siamo davvero agli antipodi.