
Esattamente al centro batte il cuore della North Island. Un cuore fatto di millenarie tradizioni e leggende maori, ma anche e soprattutto, di geysers, acque termali, vapori e odori sulfurei, e ovviamente vulcani. Attivi, molto attivi. Vivaci. Queste terre infatti siedono sopra la ferita aperta dei conflitti geologici tra placche tettoniche mai concordi sul dove andare.
Dopo qualche giorno, Natale compreso, trascorso a Rotorua, capitale dell'odore di uova marce grazie alla notevole presenza di attivita' termali, arrivo alla cittadina turistica di Taupo, affacciata sulla sponda settentrionale del lago omonimo, il piu' grande della Nuova Zelanda ed originato da una della piu' spaventose eruzioni vulcaniche di tutti i tempi. Niente di speciale comunque, a parte il secondo peggiore ostello di sempre, e cosi' decido di spostarmi il giorno dopo sulle rive meridionali a Taurangi, campo base per gli esploratori del piu' antico parco naturale del paese, luogo sacro per la popolazione Maori nonche' dimora dei temibili e meravigliosi vulcani, il Tongariro National Park.
Trovato alloggio, mi attivo per organizzare la spedizione da li' a qualche giorno, ma le condizioni meteo vogliono che mi convenga partire gia' l'indomani, unica giornata certa di bel tempo seguita da due di probabile pioggia.
Attendere significa annoiarsi per almeno tre giorni senza sapere se e quando poter partire, percio' armato della mia proverbiale impazienza decido di procedere. Acquisto cosi' pass e trasferimento su navetta per una delle 8 Great Walks della NZ, il Tongariro Northern Circuit, un percorso ad anello di 4 giorni e 3 notti attorno al maestoso ed imponente monte Ngauruhoe, un pischello vulcanico di soli 2500 anni e dal fascino tronco-conico, ma gia' star holliwoodiana grazie all'ottima interpretazione nel ruolo del Monte Fato in Lord of the Rings. Sveglia all'alba e alle ore 9.00 AM sono sul sentiero di guerra con i miei 7 kg di armamento fotografico, i quali fanno levitare il tutto sopra i 15 e forse i 20 kg di materiale inerte sulle spalle. Dopo qualche ora di sudato avvicinamento alla dimora di Murdur, arrivo al bivio esistenziale per scalare l'impero del male fino al cratere. Non esiste sentiero per arrivarci, e trampers di ritorno mi sconsigliano vivamente di provarci con la mia zavorra senza almeno un po' di elfico Pan di Via.
L'idea dello zaino lasciato incustodito per ore mi inquieta (verro' poi a scoprire che ogni cespuglio ne nasconde uno abbandonato), quindi decido di tentare la pazzia a tutto carico concedendomi una piccola e pro-formale possibilita' di lasciar perdere se l'impresa dovesse essere troppo faticosa.
Quel cratere si rivela davvero l'ingresso dell'inferno, e per arrivare a suonare il campanello dell'oltretomba 500 m piu' in alto dal luogo della tragica decisione, devo barattare col diavolo 4 ore di continui collassi psico-fisici. Si ascende spesso con l'aiuto delle mani a causa della forte pendenza e dei detriti che compongono i pendii friabili del vulcano. I piedi affondano nella finissima ghiaia lavica fino alle caviglie, senza riuscire a fare presa e spesso col risultato di scivolare ancora piu' in basso. A meta' strada, constato che ogni 10 minuti di salita mi costano 3 di riposo. Sono veramente esausto, continuo a guardare con sconforto l'irraggiungibile vetta e dubito sul da farsi; il pomeriggio e' inoltrato, e il Katetahi Hut dove ho previsto di dormire e' almeno ad altre tre ore di cammino dalla base del vulcano, senza tenere conto del fatto che non conosco la strada e potrebbe essere ancora piuttosto faticosa. Inoltre, non ho certezza che ci sia posto per dormire in rifugio nonostante il salato pass pagato il giorno prima.
Alla fine, arrivo camminando sulla neve ai 2297 m del maledetto vulcano, e cari lettori/rici (politically correct), posso solo lasciarvi immaginare la soddisfazione di guardare dentro quell'orifizio, camminando solitario sul bordo del cratere a precipizio sul buco del mondo, e ammirando tutt'intorno l'incredibile bellezza di un paesaggio scolpito dalle forze piu' distruttive e violente della Natura, artefici di nuovi ordini per gli abitanti del cosmo.
Rinvigorito da tanta stupefacente meraviglia, discendo con qualche rovinosa caduta il ripidissimo pendio per continuare il percorso da dove diverse ore prima l'avevo abbandonato. Ormai siamo in pochi ancora in giro.
Esattamente 12 ore dopo il mio arrivo al rifugio, alle 8.00 AM del mattino seguente sono in marcia sullo stesso sentiero ma in direzione opposta, tutt'altro che riposato nell'ultimo letto disponibile, a causa delle poche ore dormite per l'indiscreta, ritmica melodia russante di un piacevole ospite (perche' sono sempre loro ad addormentarsi per primi?!)
Solo quattro ore mi separano dal successivo ricovero, cosi' decido di approfittarne per divagare sul crinale del secondo dei tre vulcani attivi: il monte Tongariro, il cui nome significa piu' o meno "portato via dal vento del sud".
Un' altra pessima idea.
Appena partito, ho occasione di verificare il significato del termine Tongariro, e poco dopo si aggiunge la pioggia al vento. Il risultato e' un "good luck up there" pronunciato da un alpinista di rientro dalla vetta a gambe levate, dopo aver saggiato l'inospitale clima della cima.
Arrivato al capolinea, mi fermo a contemplare il panorama come un nuotatore della finale olimpica si riposa a bordo vasca durante la virata, e inizio cosi' a dubitare delle mie facolta' decisionali.
Inizia in tal modo un'interminabile camminata di tre ore sotto la pioggia battente, con un vento talmente assassino da costringermi a gettare tutto il peso su un lato per contrastare la forza dell'aria. Attraverso uno dei paesaggi piu' affascinanti mai visti, del quale purtroppo non ho fotografie, un territorio alieno, brullo, ornato da sculture totemiche di enormi detriti lavici, solcato da torrenti appena partoriti e impreziosito da volute sulfuree. Arrivo all' Oturere Hut bagnato come un costume dopo l'uso, e asciugato alla buona mi infilo senza piu' uscire nel mio umido sacco a pelo. Inizia poco dopo la gara con gli altri ospiti dell' "hotel" per accappararsi i posti disponibili vicino alla stufa, dove mettere i propri indumenti ad asciugare.
Ma sono soprattutto le scarpe a preoccuparmi...
Ad ogni modo, le previsioni sono deprimenti anche per il pomeriggio successivo, cosi' sveglia alle 6.00 AM e alle 10.45 AM sono gia' al rifugio successivo, e da li' decido di non muovermi. Finalmente la scelta giusta. Solo verso sera, passato il temporale, si aprira' il cielo e un tramonto incredibile sopra il terzo e piu' attivo vulcano, il monte Ruapehu, lascera' tutti a bocca aperta. Ripaghero' lo spettacolo con una notte insonne a causa del freddo, per una brusca discesa della temperatura e di una finestra lasciata aperta dagli amabili ospiti del piano superiore del mio letto a castello. Ultima tappa, ore 7.10 AM, ho gia' lo zaino in spalla. La giornata e' magnifica, ma le previsioni buttano ancora sul bagnato verso sera. 6 ore piu' divagazioni mi separano dalla meta. Ma a poche battute dalla fine, forse per un improvviso calo di tensione del mio ginocchio destro, (anche le ginocchia hanno una psiche) un principio di dolore inizia a farsi sentire dall'interno. Poco dopo quel principio la gamba e' completamente fuori uso: zoppico vistosamente e non riesco piu' a piegare il ginocchio. Cammino molto lentamente, con fatica e pronunciando smorfie di dolore ad ogni passo, quando non sono imprecazioni, ma in qualche modo riesco finalmente a raggiungere il Whakapapa Village, dove mi dovrebbe prelevare qualche ora piu' tardi una navetta per il rientro all'ostello, circa 30 km a nord da li'. Dovrebbe.
Gli orari dei buses in NZ sono solo indicativi, ma dopo 45 minuti di ritardo ancora non c'e' traccia di quel furgoncino che dopo quasi tre ore di attesa mi deve portare in doccia per una disinfestazione da quattro giorni di assoluta e totale mancanza di igiene. Provo a telefonare alla rinomata ditta, capendo quel che riesco a capire, ma il succo del discorso e' chiaro: "there is not a bus today. Tomorrow." What?!! ho prenotato il biglietto di rientro quattro giorni fa ed ora, alle ore 17.00 del 31 Dicembre 2008 questo fottuto Kiwi mi dice che sorry, non c'e' possibilita' di rientro fino al giorno dopo?! Avete presente quando un boa di fasci nervosi dentro lo stomaco inizia a serrare le spire facendovi vomitare rabbia, angoscia e sconforto?! E pensare che ho rifiutato un passaggio in auto poco prima...un'altra della mie brillanti decisioni degli ultimi giorni. Inizio cosi' a scaldare il pollice, perche' come mi informa l'autista dell'ultima corriera in partenza per tutt'altra destinazione, non c'e' piu' alternativa all'autostop. Primi tentativi a vuoto, ma si sa, questa e' un'arte che da i propri frutti nel medio-lungo periodo. Poco dopo pero', la provvidenza mi sorride, perche' vedo arrivare un furgoncino sospetto di colore giallo, sulla cui fiancata e' impresso lo stesso nome stampato sul mio biglietto di rientro. Dopo qualche spiegazione, telefonata e imprecazione da parte dell'autista, finalmente mi fa cenno che posso accomodarmi nel rustico mezzo per la via del ritorno. Salvo! Con servizio personalizzato e a velocita' doppia rispetto a quella consentita, arrivo proprio di fronte all'ingresso della mia tana a pagamento. Ho pochissimo tempo, perche' i negozi stanno per chiudere e non ho niente da mangiare, cosi' mollo tutto e corro immediatamente al supermarket senza essermi ancora liberato dagli scarponi dopo 12 ore di camera a gas. E' il momento del cenone di capodanno, e prendo di mira il ristorante che fa al caso mio: Honk Kong Restaurant, uno squallidissimo takeaway di paese. Ordino il mio hamburger e mi preparo alla consumazione seduto su una panchina al tramonto, quando noto che quello che sto per mangiare non e' il panino che ho ordinato: un cheeseburger si e' trasformato per via delle intermediazioni italo-cinesi in un inconcepibile fishburger, che a giudicare dal sapore, deve essere stato il primo venduto nel 2008. Scambio a bocca piena due chiacchiere di carattere anagrafico con un socievole semi-barbone/ubriaco di nonno piemontese, e finalmente, a fisico provato e stomaco scioccato, mi preparo a congedarmi dal vecchio anno, 12 ore piu' giovane dei precedenti.
E' cosi' che, alle 00.00.00 del 01/01/09, sulle tiepide rive di un lago vulcanico agli antipodi, chiudo la pratica relativa ad un altro noioso anno rivoluzionario.
Buon anno a tutti.
Dopo qualche giorno, Natale compreso, trascorso a Rotorua, capitale dell'odore di uova marce grazie alla notevole presenza di attivita' termali, arrivo alla cittadina turistica di Taupo, affacciata sulla sponda settentrionale del lago omonimo, il piu' grande della Nuova Zelanda ed originato da una della piu' spaventose eruzioni vulcaniche di tutti i tempi. Niente di speciale comunque, a parte il secondo peggiore ostello di sempre, e cosi' decido di spostarmi il giorno dopo sulle rive meridionali a Taurangi, campo base per gli esploratori del piu' antico parco naturale del paese, luogo sacro per la popolazione Maori nonche' dimora dei temibili e meravigliosi vulcani, il Tongariro National Park.
Trovato alloggio, mi attivo per organizzare la spedizione da li' a qualche giorno, ma le condizioni meteo vogliono che mi convenga partire gia' l'indomani, unica giornata certa di bel tempo seguita da due di probabile pioggia.
Attendere significa annoiarsi per almeno tre giorni senza sapere se e quando poter partire, percio' armato della mia proverbiale impazienza decido di procedere. Acquisto cosi' pass e trasferimento su navetta per una delle 8 Great Walks della NZ, il Tongariro Northern Circuit, un percorso ad anello di 4 giorni e 3 notti attorno al maestoso ed imponente monte Ngauruhoe, un pischello vulcanico di soli 2500 anni e dal fascino tronco-conico, ma gia' star holliwoodiana grazie all'ottima interpretazione nel ruolo del Monte Fato in Lord of the Rings. Sveglia all'alba e alle ore 9.00 AM sono sul sentiero di guerra con i miei 7 kg di armamento fotografico, i quali fanno levitare il tutto sopra i 15 e forse i 20 kg di materiale inerte sulle spalle. Dopo qualche ora di sudato avvicinamento alla dimora di Murdur, arrivo al bivio esistenziale per scalare l'impero del male fino al cratere. Non esiste sentiero per arrivarci, e trampers di ritorno mi sconsigliano vivamente di provarci con la mia zavorra senza almeno un po' di elfico Pan di Via.
L'idea dello zaino lasciato incustodito per ore mi inquieta (verro' poi a scoprire che ogni cespuglio ne nasconde uno abbandonato), quindi decido di tentare la pazzia a tutto carico concedendomi una piccola e pro-formale possibilita' di lasciar perdere se l'impresa dovesse essere troppo faticosa.
Quel cratere si rivela davvero l'ingresso dell'inferno, e per arrivare a suonare il campanello dell'oltretomba 500 m piu' in alto dal luogo della tragica decisione, devo barattare col diavolo 4 ore di continui collassi psico-fisici. Si ascende spesso con l'aiuto delle mani a causa della forte pendenza e dei detriti che compongono i pendii friabili del vulcano. I piedi affondano nella finissima ghiaia lavica fino alle caviglie, senza riuscire a fare presa e spesso col risultato di scivolare ancora piu' in basso. A meta' strada, constato che ogni 10 minuti di salita mi costano 3 di riposo. Sono veramente esausto, continuo a guardare con sconforto l'irraggiungibile vetta e dubito sul da farsi; il pomeriggio e' inoltrato, e il Katetahi Hut dove ho previsto di dormire e' almeno ad altre tre ore di cammino dalla base del vulcano, senza tenere conto del fatto che non conosco la strada e potrebbe essere ancora piuttosto faticosa. Inoltre, non ho certezza che ci sia posto per dormire in rifugio nonostante il salato pass pagato il giorno prima.
Alla fine, arrivo camminando sulla neve ai 2297 m del maledetto vulcano, e cari lettori/rici (politically correct), posso solo lasciarvi immaginare la soddisfazione di guardare dentro quell'orifizio, camminando solitario sul bordo del cratere a precipizio sul buco del mondo, e ammirando tutt'intorno l'incredibile bellezza di un paesaggio scolpito dalle forze piu' distruttive e violente della Natura, artefici di nuovi ordini per gli abitanti del cosmo.
Rinvigorito da tanta stupefacente meraviglia, discendo con qualche rovinosa caduta il ripidissimo pendio per continuare il percorso da dove diverse ore prima l'avevo abbandonato. Ormai siamo in pochi ancora in giro.
Esattamente 12 ore dopo il mio arrivo al rifugio, alle 8.00 AM del mattino seguente sono in marcia sullo stesso sentiero ma in direzione opposta, tutt'altro che riposato nell'ultimo letto disponibile, a causa delle poche ore dormite per l'indiscreta, ritmica melodia russante di un piacevole ospite (perche' sono sempre loro ad addormentarsi per primi?!)
Solo quattro ore mi separano dal successivo ricovero, cosi' decido di approfittarne per divagare sul crinale del secondo dei tre vulcani attivi: il monte Tongariro, il cui nome significa piu' o meno "portato via dal vento del sud".
Un' altra pessima idea.
Appena partito, ho occasione di verificare il significato del termine Tongariro, e poco dopo si aggiunge la pioggia al vento. Il risultato e' un "good luck up there" pronunciato da un alpinista di rientro dalla vetta a gambe levate, dopo aver saggiato l'inospitale clima della cima.
Arrivato al capolinea, mi fermo a contemplare il panorama come un nuotatore della finale olimpica si riposa a bordo vasca durante la virata, e inizio cosi' a dubitare delle mie facolta' decisionali.
Inizia in tal modo un'interminabile camminata di tre ore sotto la pioggia battente, con un vento talmente assassino da costringermi a gettare tutto il peso su un lato per contrastare la forza dell'aria. Attraverso uno dei paesaggi piu' affascinanti mai visti, del quale purtroppo non ho fotografie, un territorio alieno, brullo, ornato da sculture totemiche di enormi detriti lavici, solcato da torrenti appena partoriti e impreziosito da volute sulfuree. Arrivo all' Oturere Hut bagnato come un costume dopo l'uso, e asciugato alla buona mi infilo senza piu' uscire nel mio umido sacco a pelo. Inizia poco dopo la gara con gli altri ospiti dell' "hotel" per accappararsi i posti disponibili vicino alla stufa, dove mettere i propri indumenti ad asciugare.
Ma sono soprattutto le scarpe a preoccuparmi...
Ad ogni modo, le previsioni sono deprimenti anche per il pomeriggio successivo, cosi' sveglia alle 6.00 AM e alle 10.45 AM sono gia' al rifugio successivo, e da li' decido di non muovermi. Finalmente la scelta giusta. Solo verso sera, passato il temporale, si aprira' il cielo e un tramonto incredibile sopra il terzo e piu' attivo vulcano, il monte Ruapehu, lascera' tutti a bocca aperta. Ripaghero' lo spettacolo con una notte insonne a causa del freddo, per una brusca discesa della temperatura e di una finestra lasciata aperta dagli amabili ospiti del piano superiore del mio letto a castello. Ultima tappa, ore 7.10 AM, ho gia' lo zaino in spalla. La giornata e' magnifica, ma le previsioni buttano ancora sul bagnato verso sera. 6 ore piu' divagazioni mi separano dalla meta. Ma a poche battute dalla fine, forse per un improvviso calo di tensione del mio ginocchio destro, (anche le ginocchia hanno una psiche) un principio di dolore inizia a farsi sentire dall'interno. Poco dopo quel principio la gamba e' completamente fuori uso: zoppico vistosamente e non riesco piu' a piegare il ginocchio. Cammino molto lentamente, con fatica e pronunciando smorfie di dolore ad ogni passo, quando non sono imprecazioni, ma in qualche modo riesco finalmente a raggiungere il Whakapapa Village, dove mi dovrebbe prelevare qualche ora piu' tardi una navetta per il rientro all'ostello, circa 30 km a nord da li'. Dovrebbe.
Gli orari dei buses in NZ sono solo indicativi, ma dopo 45 minuti di ritardo ancora non c'e' traccia di quel furgoncino che dopo quasi tre ore di attesa mi deve portare in doccia per una disinfestazione da quattro giorni di assoluta e totale mancanza di igiene. Provo a telefonare alla rinomata ditta, capendo quel che riesco a capire, ma il succo del discorso e' chiaro: "there is not a bus today. Tomorrow." What?!! ho prenotato il biglietto di rientro quattro giorni fa ed ora, alle ore 17.00 del 31 Dicembre 2008 questo fottuto Kiwi mi dice che sorry, non c'e' possibilita' di rientro fino al giorno dopo?! Avete presente quando un boa di fasci nervosi dentro lo stomaco inizia a serrare le spire facendovi vomitare rabbia, angoscia e sconforto?! E pensare che ho rifiutato un passaggio in auto poco prima...un'altra della mie brillanti decisioni degli ultimi giorni. Inizio cosi' a scaldare il pollice, perche' come mi informa l'autista dell'ultima corriera in partenza per tutt'altra destinazione, non c'e' piu' alternativa all'autostop. Primi tentativi a vuoto, ma si sa, questa e' un'arte che da i propri frutti nel medio-lungo periodo. Poco dopo pero', la provvidenza mi sorride, perche' vedo arrivare un furgoncino sospetto di colore giallo, sulla cui fiancata e' impresso lo stesso nome stampato sul mio biglietto di rientro. Dopo qualche spiegazione, telefonata e imprecazione da parte dell'autista, finalmente mi fa cenno che posso accomodarmi nel rustico mezzo per la via del ritorno. Salvo! Con servizio personalizzato e a velocita' doppia rispetto a quella consentita, arrivo proprio di fronte all'ingresso della mia tana a pagamento. Ho pochissimo tempo, perche' i negozi stanno per chiudere e non ho niente da mangiare, cosi' mollo tutto e corro immediatamente al supermarket senza essermi ancora liberato dagli scarponi dopo 12 ore di camera a gas. E' il momento del cenone di capodanno, e prendo di mira il ristorante che fa al caso mio: Honk Kong Restaurant, uno squallidissimo takeaway di paese. Ordino il mio hamburger e mi preparo alla consumazione seduto su una panchina al tramonto, quando noto che quello che sto per mangiare non e' il panino che ho ordinato: un cheeseburger si e' trasformato per via delle intermediazioni italo-cinesi in un inconcepibile fishburger, che a giudicare dal sapore, deve essere stato il primo venduto nel 2008. Scambio a bocca piena due chiacchiere di carattere anagrafico con un socievole semi-barbone/ubriaco di nonno piemontese, e finalmente, a fisico provato e stomaco scioccato, mi preparo a congedarmi dal vecchio anno, 12 ore piu' giovane dei precedenti.
E' cosi' che, alle 00.00.00 del 01/01/09, sulle tiepide rive di un lago vulcanico agli antipodi, chiudo la pratica relativa ad un altro noioso anno rivoluzionario.
Buon anno a tutti.
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