Auckland, 05/12/08
Gehrard, my teacher; quello della mattina. La vostra intuizione e' corretta: non ha origini Maori. Probabilmente i suoi genitori sono venuti in New Zealand per meglio gestire quel senso di disagio un po' comune in Germania alla fine della seconda querelle europea. Ottima idea.
Oltre sessant'anni dopo, il figlioletto 45nne ospita a pranzo nella propria abitazione dell'immensa periferia Aucklandiana, il gruppo di studenti asiatici ed europei che lo hanno divertentemente tediato per 6 settimane.
Dai finestrini dell'autobus incaricato di portarmi a destinazione, i grattacieli e i vari simboli fallici di cemento sfumano all'orizzonte appena oltrepasso il confine del centro, e le linee verticali si rovesciano dando inizio a lunghi e bassi agglomerati polistilosi tipici della ricca prima periferia latinomaricana (che esiste solo in NZ!), per lasciare spazio, infine, ai punti isolati delle case di quartiere. Qui il paesaggio urbano si mimetizza abilmente con quello naturale, al punto da farmi sorgere noiosi dubbi sulla mia precisa posizione geografica, abituato come sono a sentirmi loculizzato nei venti piani di duro calcestruzzo a soli 20 minuti da li'.
Arrivato nel regno dell'ospitante, lascio all'ingresso le scarpe insieme a quelle degli altri. Quando entro in casa ho la sensazione di trovarmi per errore nell'appartamento universitario del figlio. Impiego almeno venti minuti infatti ad osservare le chitarre agli angoli e la batteria in soggiorno, i numerosi posters, le fotografie e i disegni di una divertita giovinezza mai finita, e i vari ricordi dei due figli e di un notissimo locale del centro avuto in gestione in passato. Non c'e' segno di un ricovero permanente, ma tutto e' indizio di una continua eccitante mobilita'. Le mura suggeriscono la solidita' di un'abitazione costruita per gioco, pero' l'ambiente, la calda luce estiva dalla portafinestra, e la vernice scrostata sul parapetto del terrazzo mi seducono e mi ammorbidiscono l'anima, fino a convincermi ad abbandonarla completamente al ritmo di un jazz jamaicano. La baia si intravede altre i rami che invadono il poggiolo, rinfrescandolo dal sole e da un BBQ pronto a cuocere un incredibile tuna sashimi, il cui primo boccone mi costringe a resettare immediatamente la definizione di tonno e sostituirla con una sensazione di elegante sfaldamento della carne alla prima pressione della lingua sul palato.
Piu' tardi, scomparso il tonno alla brace, e con poche parole ma ben spese durante l'international post prandium sigarette moment, al quale purtroppo solo passivamente assisto e aspiro, mi ritrovo nel piano di sopra col mio teacher a sperimentare una strana pipetta di legno vecchia di 60 anni, ma dai chiari e attualissimi scopi. Ho sempre pensato infatti, che anche lui coltivasse un mio stesso sporadico hobby. Tornato poi nel gruppo e stilettato da obliqui sguardi di curiosita' per questa mia improvvisa e misteriosa complicita' col leader, persevero nel vizio bevendo e comunicando col mio survival English nel sottofondo di un concerto improvvisato dalla mia classe, le cui risate per il vino e la performance coprono le simpatica cacofonie.
E' l'ora dei saluti, e un see you in questi casi, significa addio. Con Gerhard, la promessa di rivederci a breve, perche' gratuitamente ha accettato di custodire la mia valigia durante il mio viaggio da backpacker. Domani parto, devo lasciare l'appartamento. Non ho ancora deciso dove e quando andare. Mancano poche ore ormai, ma con tutto ancora da preparare e con una piacevole sensazione di coraggiosa arrendevolezza, ho preferito scrivere queste righe per riassaporare il boccone migliore di questo primo periodo in NZ, che come vuole un'abitudine consolidata, e' quello lasciato per ultimo.
Gehrard, my teacher; quello della mattina. La vostra intuizione e' corretta: non ha origini Maori. Probabilmente i suoi genitori sono venuti in New Zealand per meglio gestire quel senso di disagio un po' comune in Germania alla fine della seconda querelle europea. Ottima idea.
Oltre sessant'anni dopo, il figlioletto 45nne ospita a pranzo nella propria abitazione dell'immensa periferia Aucklandiana, il gruppo di studenti asiatici ed europei che lo hanno divertentemente tediato per 6 settimane.
Dai finestrini dell'autobus incaricato di portarmi a destinazione, i grattacieli e i vari simboli fallici di cemento sfumano all'orizzonte appena oltrepasso il confine del centro, e le linee verticali si rovesciano dando inizio a lunghi e bassi agglomerati polistilosi tipici della ricca prima periferia latinomaricana (che esiste solo in NZ!), per lasciare spazio, infine, ai punti isolati delle case di quartiere. Qui il paesaggio urbano si mimetizza abilmente con quello naturale, al punto da farmi sorgere noiosi dubbi sulla mia precisa posizione geografica, abituato come sono a sentirmi loculizzato nei venti piani di duro calcestruzzo a soli 20 minuti da li'.
Arrivato nel regno dell'ospitante, lascio all'ingresso le scarpe insieme a quelle degli altri. Quando entro in casa ho la sensazione di trovarmi per errore nell'appartamento universitario del figlio. Impiego almeno venti minuti infatti ad osservare le chitarre agli angoli e la batteria in soggiorno, i numerosi posters, le fotografie e i disegni di una divertita giovinezza mai finita, e i vari ricordi dei due figli e di un notissimo locale del centro avuto in gestione in passato. Non c'e' segno di un ricovero permanente, ma tutto e' indizio di una continua eccitante mobilita'. Le mura suggeriscono la solidita' di un'abitazione costruita per gioco, pero' l'ambiente, la calda luce estiva dalla portafinestra, e la vernice scrostata sul parapetto del terrazzo mi seducono e mi ammorbidiscono l'anima, fino a convincermi ad abbandonarla completamente al ritmo di un jazz jamaicano. La baia si intravede altre i rami che invadono il poggiolo, rinfrescandolo dal sole e da un BBQ pronto a cuocere un incredibile tuna sashimi, il cui primo boccone mi costringe a resettare immediatamente la definizione di tonno e sostituirla con una sensazione di elegante sfaldamento della carne alla prima pressione della lingua sul palato.
Piu' tardi, scomparso il tonno alla brace, e con poche parole ma ben spese durante l'international post prandium sigarette moment, al quale purtroppo solo passivamente assisto e aspiro, mi ritrovo nel piano di sopra col mio teacher a sperimentare una strana pipetta di legno vecchia di 60 anni, ma dai chiari e attualissimi scopi. Ho sempre pensato infatti, che anche lui coltivasse un mio stesso sporadico hobby. Tornato poi nel gruppo e stilettato da obliqui sguardi di curiosita' per questa mia improvvisa e misteriosa complicita' col leader, persevero nel vizio bevendo e comunicando col mio survival English nel sottofondo di un concerto improvvisato dalla mia classe, le cui risate per il vino e la performance coprono le simpatica cacofonie.
E' l'ora dei saluti, e un see you in questi casi, significa addio. Con Gerhard, la promessa di rivederci a breve, perche' gratuitamente ha accettato di custodire la mia valigia durante il mio viaggio da backpacker. Domani parto, devo lasciare l'appartamento. Non ho ancora deciso dove e quando andare. Mancano poche ore ormai, ma con tutto ancora da preparare e con una piacevole sensazione di coraggiosa arrendevolezza, ho preferito scrivere queste righe per riassaporare il boccone migliore di questo primo periodo in NZ, che come vuole un'abitudine consolidata, e' quello lasciato per ultimo.
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